domenica 10 maggio 2009

Sfogo sugli Alla Bua

Carissimi lettori, stavo facendo una ricerca sul web, che non mi ha permesso di trovare le informazioni sperate, ma mi ha obbligato ad imbattermi in qualcosa di cui avrei fatto a meno.
Ho riletto, rimanendone almeno delusa, un'intervista a Gigi Toma, leader dei grandi Alla Bua (gruppo salentino di cui qui si è già parlato). Ne approfitterò per dire come la penso su una serie di cose, confutando quello che lui dice in risposta a delle domande fattegli da Sergio Spadoni. L'intervista è leggibile all'indirizzo www.inputfirenze.it/cgi-bin/articoli.exe/?id=148.
L'intervista è interessante perché dimostra la gratitudine del gruppo per chi ha lavorato, forse anche in maniera più completa e scientifica, prima della sua nascita sulla musica popolare salentina; nonostante ciò, ragazzi, si vede la povertà di prospettiva e la semplificazione, operata anche nei confronti dello stesso rito del tarantismo, non perdonabile a chi si vanta a più riprese di conoscere bene la situazione.
Intanto, ed oggi sono in tanti a dimenticarselo, non tutte le tarante venivano rese innoque dalla pizzica. Nel tarantismo, quando questo non era qualcosa con cui farsi belli ma funzionava davvero, alle tarante si cantavano anche canti funebri, e se gli Alla Bua volessero veramente rappresentare la musica che le fermava, dovrebbero anche occuparsi di questo repertorio (ma ci vogliono voci buone e loro è da un pezzo che non ne hanno nemmeno l'ombra).
Mi pare poi che in questa intervista, in piena compatibilità con lo spirito che anima la più moderna e spesso peggiore riproposta, si tende a confondere musicalità con immediatezza. Non si può negare che il gruppo continui a tirare fuori gioielli dal folklore (si pensi alla rielaborazione del canto narrativo interpretato da Tora Marzo "Ieri sera chiantai nu dattulu" che il gruppo chiama "Taccaru" ed ha inciso in "Saratambula" suo più recente disco). Quello che non mi piace, però, è il suo estremismo, questo voler per forza puntare sulla pizzica, di cui molti prestissimo si stancheranno, non solo e non tanto per l'appiattimento del repertorio, ma per questa ricerca di ossessività estremizzata, che addirittura gli Alla Bua radicalizzano ulteriormente facendo terzinare tutti gli strumenti (tamburello, chitarra, flauto, fisarmonica), arrivando ad un orribile effetto da discoteca. Oltretutto, dico io, lo stile degli ultimi Alla Bua, che io tra parentesi non capisco più, non è per niente legato alla tradizione, e mi fa infuriare il fatto che neanche loro lo riconoscono. Cosa ci vuole a dire che il gruppo ha fatto della pizzica un qualcosa completamente nuovo e diverso dal passato, ed utilizza la tradizione solo a livello di testi? Probabilmente, queste parole che ho scritto ora, riempiono molto meno la bocca rispetto ad un bellissimo racconto, certamente emozionante, degno del grande "Pizzicata" di Winspeare, ma sarebbero la verità nei confronti di uno stile come quello degli Alla Bua moderni.
Le testimonianze che Toma dà sulla situazione della donna, sono sicuramente vere e fa bene ad arrabbiarsi con chi ha messo in giro l'esistenza della "pizzica de core" sin da tempi lontanissimi. Direi, però, che le pizziche tradizionali, signor "de Casaraneddrhu", facevano venire molta più voglia di ballare piuttosto che le vostre nuove ed indiavolate, ed oltretutto venivano anche cantate e ballate in occasione di matrimoni (dove per definizione "li cori" si uniscono).
Gli Alla Bua degli inizi, che erano molto migliori perché in loro c'era consapevolezza vera e non voglia di chiacchierare sulla tradizione, erano completi ed emozionavano anche i cultori. Oggi, carissimi, arrivate forse al grande pubblico, ma la differenza tra voi e la Notte Della Taranta sta solo nelle stronzate. (Ad esempio loro usano la chitarra elettrica, il basso, la batteria e voi no).
Mi fa infuriare, io l'interpreto così ma ditemi che non è vero, il vostro vantarvi di non eseguire canti di protesta e canti di lavoro. Voi, facendo così, eseguite lo zero virgola zero per cento del folklore, perché i contadini, quelli che facevano questa musica, avevano molto più da pensare ai carri ed al lavoro che alla vostra ben amata Festa di San Rocco.
Sinceramente, signori, io ascolto i vostri tre primi dischi da ormai quattro o cinque anni, mi fanno impazzire, ma voi, per quel che siete adesso, mi fate sudare di rabbia.
Secondo molti, con il vostro stile coinvolgente siete il futuro del folklore. Bene: a questi signori io dico che voi fate qualcosa di altro dal folklore, utilizzando appena gli strumenti, suonati in tutt'altra maniera in nome di quella presupponenza tipica di noi contemporanei, ed il dialetto.
La vostra musica è da circo, ci si potrebbero mettere insieme acrobazie di giocolieri e quant'altro, ma non è musica popolare salentina, per lo meno la tradizione c'è pochissimo, e nemmeno avete il coraggio di dire che certe matrici le rubate alla sapienza contadina.
Siete come Sparagna, d'altronde non vi ho mai sentito criticare una sola nota della sua riproposta salentina, non l'avete fatto perché siete come lui.
Voglio salutarvi dicendovi che la contaminazione senza tradizione è stravolgimento, e voi la tradizione ce l'avete solo nelle chiacchiere e nella retorica.
Se vi vorrete difendere dagli strali che vi tiro in questo articolo, che purtroppo per voi sarà tra poco reperibile con una semplicissima ricerca su google, potrete scrivere a valentinalocchi@hotmail.it.

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